Non crederò a questa economia fino a quando…

 

sac de culNon crederò a un vero risanamento dell’economia italiana fino a quando non scompariranno questi tre semplici indicatori di recessione:

  • i negozi di “compro-oro”;
  • i negozi di cinesi nelle vie principali delle nostre città (come indice di debolezza della nostra economia, non certo per razzismo. Sono favorevole infatti alla società plurietnica, sono contrario alle colonizzazioni, da qualsiasi parte vengano);
  • i tassi di interesse bancari attivi ridotti praticamente a zero.

Perché mai questa scelta?

Risposta più che semplice:

  1. I negozi di “compro-oro” da un lato sono l’incentivo per “liberarsi” dell’oro tenuto in casa senza alcun profitto, ma dall’altro sono un evidente simbolo di povertà, una via estrema di uscita dal tunnel delle difficoltà economiche. Ovviamente, chi fa incetta dell’oro racimolato dalle famiglie avrà la possibilità di rivenderlo a grosse finanziarie o gruppi bancari per ottenere un grosso margine di profitto. A chi può interessare tutta questa quantità d’oro? Considerate che la capillarità dei negozi di “compro-oro” è tale da poter fare incetta del prezioso metallo in base alle difficoltà quotidiane delle famiglie italiane. Quelle piccole quantità accumulate arrivano a diventare centinaia di chili a disposizione di banche che controllano i nostri portafogli, che quotidianamente ci allettano con offerte di finanziamento per gli scopi più diversi, che ci dilazionano i pagamenti per renderci la vita apparentemente più agevole. Le catene commerciali operano sconti e promozioni da favola e il grande popolo dei consumatori aderisce prontamente pur di portare a casa, come se fosse un trofeo, l’ultimo cellulare o l’ultimo televisore lcd a un costo apparentemente irrisorio. Tanto pago nel tempo e non mi pesa. Ma pesa se sommi tutte le volte che hai fatto questo pensiero e ti sei esposto economicamente a esborsi continui e duraturi nel tempo. L’attacco ai portafogli degli italiani da parte delle banche, italiane o straniere che siano, è cominciato già da molto tempo, ma l’incremento credo che, più o meno, abbia coinciso con l’introduzione dell’euro. Credo che tutto questo movimento di sola andata dalle tasche degli italiani agli istituti di credito non sia nato per puro caso, un piccolo sospetto alla fine viene in mente anche al più smaliziato degli uomini.
  2. Pur rispettando la laboriosa e simpaticissima popolazione che ha come capitale Pechino, pur riconoscendone il suo valore culturale e il suo spirito imprenditoriale, tuttavia l’occupazione di intere aree commerciali nei punti più strategici delle nostre città fa un po’ paura. Non perché mi sento invaso, ma perché constato amaramente che nessun altro commerciante italiano si è saputo ritagliare quel prezioso posto. Riflettiamo su questo punto: se i commercianti italiani si stanno ritirando in buon ordine, è perché sono ormai stanchi di condurre questa tipologia di lavoro? O perché hanno trovato un’occupazione alternativa? O perché trovano più conveniente affittare gli esercizi commerciali a chi vuole investire nel nostro Paese? Qual è esattamente la giusta risposta? Vagliamo tutti i casi: se il commerciante è stanco perché non crede più nel suo mestiere vuol dire che gran parte della nostra economia è cambiata e adattarsi in maniera repentina è assai complicato. Se è stanco perché vessato da mille tasse e gabelle è perché lo Stato lo stritola e non lo mette in condizione di potersi affermare professionalmente ed economicamente. In ambedue i casi, il nostro commerciante dovrebbe trovare nuove risorse (di tempo e di denaro) per potersi, per così dire, rimettersi in gioco: cambiare strategia commerciale, avere la possibilità di fare ricorso a crediti agevolati, essere istruito sull’economia 2.0. Chi ha trovato un’occupazione alternativa, o ha avuto la possibilità di affittare il negozio o un appartamento di proprietà, o si è messo in nero. Il cambiamento, dunque, richiede un intervento statale, perché non credo che, allo stato attuale, qualche istituto bancario sia così caritatevole da abbassare i propri tassi di interesse passivi, che il negozio a conduzione familiare abbia tempo e capitali per affrontare corsi di formazione intensiva sulla new economy. Allora mi domando: dov’è lo Stato in tutto questo? 
  3. infine, ciliegina sulla torta, i tassi di interesse sui nostri conti correnti. Come mai sono così bassi? Perché il risparmio di casa nostra è premiato così poco? Perché la Banca Europea consente alle nostre banche di poter lucrare sui tassi di interesse? Perché le banche italiane possono avere capitali in prestito dalla BCE all’1% di interesse, mentre i nostri mutui sono gravati da tassi d’interesse pesantissimi e i nostri conti correnti non vedono nessun beneficio? Il conto è presto fatto: con i miliardi di euro che la Banca europea presta alle banche, le banche italiane comprano titoli di stato al 6-7% con un ricavo netto del 5-6%, facile e senza rischio. Come vedete, a rimetterci è sempre il consumatore, il povero cittadino che fatica a mettere da parte i denari, che lavora tutto il giorno tutti i giorni per portare a casa il pane alla propria famiglia. Fino a quando i governi europei dell’area euro permetteranno questo scempio?
  4. Aveva ragione W. Shakespeare quando scriveva: “che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi” (King Lear, 1606).

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