Il ritorno alla terra: fede nella natura o ricerca di un lavoro?

agricolturaUn’idea affascinante che, ultimamente, sta tentando molte persone: il ritorno alla vita agreste, dove l’essere umano ritrova il contatto con se stesso e la sua natura primordiale, impara a vivere di nuovo, lontano dalle città tentacolari, dalla società dei consumi, dal cibo in scatola.

Dagli uomini d’affari ai docenti, dal manager all’impiegato medio, tanti, più o meno giovani o più o meno attempati, passano mezze giornate in libreria o su internet alla ricerca di informazioni sulle migliori colture, sulle possibilità di una produzione vinicola, sull’uso delle spezie o sulle fortune derivanti da alcuni alberi da frutto. La corsa verso la riscoperta del pollice verde, dunque, ha preso nuovamente il via, ma stavolta, rispetto alle stesse speranze nutrite dagli italiani degli anni ’80 (sì, anche allora era scoppiato il boom del verde), si fa sul serio: la produzione non è affidata al caso, si fa ricorso a specie vegetali resistenti al grande freddo o al grande caldo, oppure si arriva a installare delle confortevoli serre, anche se la destinazione è l’orto di casa.

Il presupposto base è la fede nella natura o la ricerca di un lavoro?

Difficile rispondere, forse entrambe, tuttavia alla base bisognerebbe avere la convinzione che il progresso industriale non è l’unico e non basta a garantire il nostro benessere, la certezza che le sovrastrutture create dall’uomo quali le autostrade, i telefonini, la televisione, il computer, la rete internet sono complementari ma non indispensabili alla comunicazione e al contatto umano. Disporre di questi mezzi, nonchè sfamarsi e avere cura di sè, è insufficiente a garantire un grado di benessere che possa soddisfare interamente un uomo.

Perchè? La risposta è intorno a noi: con tutta questa disponibilità di “cose” già pronte, già servite e adatte a tutte le nostre particolari esigenze, resta poco, pochissimo spazio per l’attività principe dell’uomo: la creazione.

La società dei servizi in cui viviamo ci offre mezzi e persone che pensano a noi e ai nostri bisogni: il medico per i nostri problemi di salute, il complesso dei One Direction per le feste di compleanno “in” di chi se lo può permettere. Da qui la perdita della nostra “umanità”: la possibilità di modificare la realtà che ci circonda.

Possiamo avere di tutto, ma quello che ci servirà sempre sarà l’atto del creare. Per carità, ognuno ha il suo modo di fare e di “mettere al mondo”: un disegno, un quadro, un libro, un programma per il pc o per lo smartphone, un’auto, una moto, una bibicletta. Tutto fa parte dell’attività creativa dell’uomo,fino al massimo della sua espressione: la nascita di un figlio, la procreazione.

A questo punto, vorrei soffermarmi  per affrontare con voi qualche riflessione: quanto di veramente creativo c’è in tutto quello che facciamo e quanto è indotto dalla pubblicità o dal consumismo? La società di oggi ci vuole sempre più scattanti, più sportivi, più salutisti, più giovani, più seducenti. Allora non importa esattamente quello che facciamo, qualunque cosa va bene e al diavolo le esperienze, la tradizione, le conoscenze tramandate. Questa è esattamente l’illusione della creatività. Quella che ci fa sentire operativi ma, nonostante tutto, non protagonisti.

La vera creatività è legata allo spazio in cui viviamo, è frutto del tempo vissuto dai nostri padri e dai nostri nonni. E’ una conoscenza che si perde nella notte dei tempi. E’ cultura. La nostra cultura. Qualcosa che ci appartiene e ci tiene uniti non (o non solo) al luogo in cui viviamo o siamo soliti stabilire la nostra dimora, ma alla gente di ogni luogo capace di recepire e di godere del nostro patrimonio di conoscenze. Certo non chiederò a un siciliano di ballare un sirtaki (danza popolare di origine greca), perchè so che non sarà la sua migliore espressione creativa, magari gli proporrò un “contrasto” o una ballata siciliana.

Siccome nulla si crea dal nulla, diciamo che neanche il nostro rapporto con la terra si può inventare. Se ce l’hai nel DNA, bene. Sennò sarebbe bene dedicarsi a ben altro. Tutto sommato, devo dire che il siciliano medio ha un buon rapporto con il suo territorio e la terra in generale, così come ha buoni rapporti con il mare e, qualche volta, anche con le montagne. Quando li rispetta. E quest’ultima cosa vale tanto per il siciliano quanto per ogni altro italiano.

L’agricoltura ci aiuterà a uscire fuori dallo stato di dormiveglia nel quale ci troviamo? Generalmente, viviamo in un quotidiano torpore che ci porta a compiere azioni meccaniche, quali mangiare-lavorare o studiare-guardare la tv o navigare in internet-dormire. Gesti, insomma, poco creativi. Riscopriamo, dunque, l’esigenza di riappropriarci del nostro corpo, capace di fare ben altro che guidare un’auto. C’è chi riscopre queste funzionalità con uno sport, c’è chi si reinventa attraverso la manualità. Ma quante di queste soluzioni, per quanto ci rendano protagonisti della nostra vita, siamo in grado di seguire? Per lo sport o per l’arte bisogna pur avere le doti e spazi sufficienti per le attrezzature o la destinazione dei nostri “prodotti”.

Di contro, la campagna ha i suoi vantaggi: spazi aperti, senso di libertà, un ambiente sano e la possibilità di produrre cibi genuini da consumare tutti i giorni. Una giusta soluzione.

Semplice? Direi proprio di no: se non si ha alle spalle una cultura contadina, non si possono sopportare ore di lavoro piegati in due sui campi, a volte sotto un sole cocente, soprattutto se tutto questo sforzo non produce qualcosa che dia soddisfazioni materiali: prodotti e/o denaro. Il contadino per hobby ha vita breve: domandatevi se qualche contadino amico verrebbe a coltivare il vostro campo gratis per un po’ di tempo, senza compenso di alcun tipo: non verrebbe neanche a trovarvi, credo. E’ bene per tutti cercare una valvola di sfogo nelle attività manuali, riscoprire il valore della terre e delle cose buone, non per questo è necessario trasformarci in contadini-imprenditori. Quest’ultima soluzione non è per tutti.

Esistono altre attività che ci possono aiutare a restituire il senso della natura. Per esempio, coltivare un orto o piantare qualche albero da cui raccogliere i frutti con le proprie mani, tenere pulita un’area verde, coltivare qualche pianta medicinale.

Così potremmo ristabilire ugualmente il nostro contatto con il mondo vegetale e riscoprire la nostra umanità sepolta sotto le macerie del progresso industriale. Se dopo questo semplice argomentare si è infranto il vostro sogno dell’agricoltore del terzo millennio, non arrendetevi: vi invito a provare questa affascinante avventura ma solo se ne avete la vocazione, la pazienza e la forza. In breve tempo capirete se ne avete la stoffa. Quantomeno un giorno potrete dire: io ci ho provato!

Diversamente, ricordatevi che potreste sempre, dopo una lunga passeggiata fra i prati o nei boschi, dipingere o leggere un buon libro.

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