La creatività italiana sfida l’era della globalizzazione

foto cultura globalizzazioneIn un mercato economico mondiale dominato dalle multinazionali e da colossali intermediari finanziari, lo spazio lasciato ai singoli Stati per stabilire i criteri commerciali e finanziari è molto esiguo. Ne discende la difficoltà dei nostri Paesi, “troppo piccoli per affrontare i grandi problemi e troppo grandi per affrontare quelli piccoli” (R. Aron). Queste difficoltà si ripercuotono sul tessuto sociale e mostrano la fragilità dei governi di fronte al nuovo che avanza: chi difende i vecchi stili di vita e l’identità culturale di un popolo (diventato, di fronte al mondo globalizzato, una piccola comunità)?

La globalizzazione, dunque, strano termine per indicare la diffusione di una cultura commerciale di massa (la massificazione di un tempo, per intenderci, ma a livello dell’intero globo terrestre), tende a modificare il nostro portafoglio più che le nostre abitudini. Se il mercato porta le aziende ad arricchirsi con trasmissioni televisive cosiddette “spazzatura” e a mettere in un canto quelle educative, allora è chiaro che interi blocchi di capitali saranno rivolti alla pubblicità sulle prime più che sulle seconde. In sostanza, in assenza di mercato, si rischia di smettere di sostenere la cultura. E’ quello che sta succedendo oggi.

L’aspetto positivo della globalizzazione è il contatto immediato e simultaneo con una moltitudine di persone grazie allo strumento di comunicazione per eccellenza: Internet. La rete oggi è considerabile come un enorme Stato sovranazionale capace di condizionare le scelte politiche e/o commerciali? Ne ha tutte le caratteristiche. Pensate ai problemi dell’inquinamento, della povertà, della pace, della fame nel mondo: sono problemi che investono tutti (perché ad essi si lega la nostra sopravvivenza) e che solo un movimento sovranazionale, opportunamente coordinato, può contribuire a risolvere, più dei governi politici.

Con l’attuale crisi economica mondiale ci siamo accorti che le nostre abitudini stentano a cambiare o, meglio, i cambiamenti tecnologici e commerciali corrono più veloci delle nostre abitudini. Ciò significa che da queste ultime non si può prescindere: i cambiamenti devono avvenire progressivamente, essere assorbiti nel tempo. Chi ha abitudini e stili di vita più antichi e radicati può vincere la sfida della globalizzazione. E chi, meglio dell’Italia e degli italiani, godono di questa particolare condizione storico-sociale?

Noi, con i nostri 5.000 musei (grandi in totale quasi un milione di metri quadrati), i nostri parchi archeologici di circa 12 milioni di mq, i nostri 25 milioni di libri custoditi (ma non letti) presso le biblioteche, i 22 milioni di documenti custoditi (ma non letti) presso i nostri archivi di Stato, le centinaia di migliaia di opere d’arte fra architetture, dipinti e scultureabbiamo tutti i numeri per affrontare a testa alta la sfida che il mondo globalizzato ci lancia. Dobbiamo solo attivare il professionismo della cultura per creare sviluppo e occupazione, far capire al resto del mondo che non si vive di soli smartphone o di particolari farmaci, ma anche e soprattutto di arte, letteratura, poesia, musica, spettacoli. Perché senza le arti non saremo più capaci di pensare.

titolo sikelia SOLE

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